Il ‘77 in nove punti

Luglio 4, 2007

La cronaca di questo anno è forse la più travagliata del dopoguerra italiano. Nell’arco di pochi mesi, in particolare tra marzo e maggio, migliaia di giovani hanno occupato università, fondato radio, fanzine, giornali, hanno contestato tutto quello che era vecchio, compreso il ‘68. Un mix di violenza, estremismo, ma anche di creatività, spontaneità, modernizzazione. Nei giorni di quel movimento, aperto con la contestazione alla prima della Scala del dicembre 1976 e chiuso dal convegno “contro la repressione” di Bologna, sono rimasti uccisi giovani dimostranti e poliziotti, hanno convissuto aspiranti terroristi, ultimi leninisti e primi buddisti, “streghe” femministe e proto-dj, creando slogan anti-conformisti e nuovi mezzi di comunicazione (radio libere).
Per la sua contraddittorietà il ’77 è stato raccontato come l’inizio degli anni di piombo, ma invece è qualcosa di diverso e molto complesso.

1. Collasso del sistema politico nazionale. Il Paese è governato da un monocolore democristiano detto “delle astensioni”, perché gli altri cinque partiti (PCI, PSI,PRI,PLI,PSDI) sostengono l’esecutivo astenendosi in Parlamento. La democrazia raggiunge il picco della sua involuzione: alternativa è l’entrata nel governo del Pci (compromesso storico). Rischio di un Paese senza opposizione in Parlamento.

2. Si estingue il comunismo italiano. Nonostante le spinte leniniste presenti nel movimento che finiranno nel partito armato, gran parte dei giovani contestatori hanno una visione della politica e della società che ha poco a che fare col comunismo. Prediligono la centralità dell’individuo, elogiano la flessibilità e la comunicazione spettacolo. Si giunge alla conclusione che il comunismo è un sistema regressivo.

3. E’ l’anno in cui il terrorismo passa dalle gambizzazioni agli omicidi, anche se lo stesso non è figlio del ’77, ma frutto di un equivoco marxista-leninista del 1968. Il partito armato trova reclute che alimentano la proprie file e ritardano la sua sconfitta poilitica e militare. Fine scritta nelle parole di U. Eco “generazione dell’anno nove” (partendo dal ’68).

4. Il partito di E. Berlinguer resta aggrappato ad una identità che non ha senso; incita alla repressione di tutto quello che è alla sua sinistra; è incapace di comprendere richieste e mentalità delle generazioni più giovani; considera i giovani contestatori (cosiddetti non garantiti) spiantati, emarginati, parassiti e punta tutto sulla classe operaia.
Il movimento considera la violenza una variabile dipendente; tollera e copre deliri rivoluzionari; favorisce la repressione e la disillusione, che
spinge parte dei giovani a rifugiarsi nella droga e nel riflusso privato.

5. Sentimento negativo e di incertezza da parte dei giovani sul proprio
futuro lavorativo. Si diffonde anche un senso di liberazione, di potenzialità che si traduce nelle teorie avanzate del movimento, in un elogio della flessibilità: convinzione che l’indispensabilità di un posto fisso a vita è un’opportunità di inventarsi più vite, per liberare tempo, per creare sviluppo e più ricchezza per tutti.

6. Il ’77 è l’anno in cui la donna si libera dal femminismo e il sesso dalle
gabbie del politicamente corretto. La presunta liberazione sessuale del ’68 s’è ritrovata prigioniera di griglie ideologiche insostenibili, che teorizzano quale orgasmo è progressista e quale no. Con quest’anno si ha una contro-liberazione.

7. E’ l’anno della comunicazione, dell’avvento delle radio libere (Radio
Alice a Bologna, Radio Città Futura e Radio Onda Rossa a Roma,
Radio Popolare a Milano), del cambiamento del linguaggio, evoluzione
del costume, creazione di posti di lavoro, apertura di mercati. Si passa
da un Paese regolato dai cicli del capitalismo pesante a un Paese
moderno dove la comunicazione diventa produzione.

8. Finisce l’Italia in bianco e nero. E’ il primo anno in cui non va in onda
Carosello, quello in cui esplodono le tv libere. Il Pci si batte contro l’introduzione del colore televisivo, per non alimentare il consumismo delle masse popolari. I giovani del movimento al contrario aspirano a trovare un posto nella società dei consumi anche con la provocatoria rivendicazione del “diritto al lusso”.

9. Il ’77 è l’anticamera dell’edonismo degli anno Ottanta o la
riaffermazione della centralità dei diritti e dei bisogni dell’individuo.
Gli slogan coniati dall’ala creativa del movimento sono l’archeologia del
marketing politico, che è oggi il mainstream della comunicazione dei
partiti.

BOLOGNA DISSACRATA

Giugno 25, 2007

Mentre a Roma bruciano le auto e le vetrine incendiate dalla furia autonoma, lo stesso giorno l’11 marzo a Bologna, esplode uno scandalo politico inimmaginabile nella città in cui il PCI sembra il padrone. Bologna non è più completamente comunista, le elezioni che si concludono con plebisciti per il PCI sono, in parte, bugiarde, nella città c’è qualcosa di nuovo e di serio, il prestigio del partito è in netto calo tra i giovani. Il sindaco comunista Zangheri continua ad essere un personaggio da copertina per le grandi riviste e i giornali stranieri; il servizio perfetto di pubbliche relazioni continua a coltivare rapporti con la stampa mondiale, il blocco storico tra operai organizzati e borghesia dei commerci sembra invincibile; e invece proprio al centro della vecchia città si è creata una sacca di scontento e di rabbia, ci sono una migliaia di giovani studenti proletari che il PCI non aveva previsto. Sono i giovani che si lamentano delle case, delle mense universitarie, le poche insufficienti mense, in cui si creano interminabili code proprio al centro, deturpazione visibile della città. Le facoltà sono vecchie e malandate, gli affitti hanno raggiunto prezzi altissimi. Le prima facoltà occupata contro la riforma Malfatti è Lettere, il 7 febbraio. L’8 vengono occupate anche Giurisprudenza, Magistero, Scienze Politiche, Fisica e il Dams, il nuovo istituto di Discipline dello spettacolo che esiste solo nel capoluogo emiliano e ha convogliato in città migliaia di aspiranti attori, registi e artisti. Dal terreno fertile delle università, bisogna partire per comprendere come mai a Bologna succedono cose che altrove non potrebbero accadere. Le radio, per esempio. A Milano, Radio Popolare, si è costruita un pubblico raccontando in diretta l’assalto alla Scala del 7 dicembre 1976, è nata dalla politica ufficiale, frutto di un’impresa a metà tra sindacato, nuova sinistra, associazionismo. Lo stesso si può dire per Radio Città Futura a Roma, vicina adl alcuni gruppi dell’estrema sinistra. A Bologna invece, c’è Radio Alice che, tra quelle politiche è la prima radio libera, nel senso pieno del termine.Sono scontenti anche gli intellettuali, non ne possono più della retorica e del trionfalismo dl PCI: sempre gli stessi convegni, un po’ sovietici e gli stessi pranzi da abbazia grassa, lo stesso teatro. Il poeta Roversi interpreta cosi la stanchezza degli intellettuali: “Per anni il comune era stato qualcosa di unico in Italia e in Europa, una macchina pesante, un’amministrazione che studiava e disegnava, eseguiva. Poi il pensiero si è inaridito ed è rimasta la ordinaria amministrazione”. Solo che nel ‘77 l’ordinaria amministrazione non bastava più a far fronte alla crisi e agli indebitamenti. Nel loro piccolo i comunisti bolognesi hanno ripercorso la crisi americana del ’29, hanno continuato ad espandere gli investimenti e i consumi della macchina comunale e ora venuti gli anni di crisi debbono raffreddare la macchina. Per l’università ci sono 150 miserabili milioni di lire, niente rispetto ai bisogni. Gli studenti scontenti non saranno 60.000 come diceva il Movimento. Secondo il sociologo Predazzi, la situazione nelle università non è così drammatica, gli studenti contestatori che vivono in condizioni pessime, nel centro cittadino, ne sono più di quattromila. Ma sono un nucleo esplosivo da cui può partire da ogni momento la rivolta.
La scintilla emotiva parte l’11 marzo. Quando in uno scontro di ordinaria amministrazione fra quelli del movimento e i cattolici di Comunione e Liberazione che hanno occupato una facoltà, rimane ucciso il venticinquenne studente di medicina e militante di Lotta continua Francesco Lorusso. La rabbia e l’emozione degli studenti travolgono Bologna; cortei partono in ogni direzione.Per un momento il grande Partito comunista perde la testa, non sa bene che posizione prendere, esita tra la condanna della violenza e le critiche dell’intervento della polizia. Ma arriva subito da Roma il compagno Corvetti con le direttive della direzione: la polizia ha fatto bene ad intervenire ed ha la piena solidarietà del partito; il Movimento e in particolari gli autonomi sono dei provocatori. C’è una divisione, del resto nello stesso partito bolognese: Zangheri non se l’è sentita di approvare una polizia che spara per uccidere e spara su cortei di sinistra, ma il segretario della federazione Imbeni non si concede questi lussi intellettuali, mette l’organizzazione del partito, i suoi ponti radio, le sue staffete, i suoi servizi d’ordine a disposizione della polizia. E’ una collaborazione concreta , non una pura mozione di interni. E’ un uso distorto dei beni pubblici a fine di partito che ormai è accettato come una normalità. Ma non si tratta di una iniziativa comunista, la Democrazia cristiana usa cosi lo Stato nell’intero Paese e nello stesso municipio di Bologna ci sono degli autonomi, dei movimentisti che usano i loro uffici come sede di archivi e di stampa dei volantini. La città è divisa, tesa, sembra aver perso, in ogni sua fazione, il senso della misura. Anche gli autonomi fanno uso a Bologna dei mass media. Radio Alice ha guidato la battaglia urbana avvertendo i compagni dei movimenti della polizia. E’ rimasta una registrazione delle ultime ore della sommossa e degli ultimi minuti di Radio Alice (ore 23 e dell’11 marzo).

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FRANCESCO LORUSSO

Giugno 25, 2007

copertina Lotta continua FRANCESCO LORUSSO

OMICIDIO LORUSSO

A Bologna, a differenza che a Roma e Milano di zone “nere” ce ne sono poche. In compenso ci sono loro, quelli di Comunione e liberazione. I ciellini, come li chiamano tutti. CL è una sigla che esiste dal 1969, ma la sua vera fondazione risale al 1954 con don Luigi Giussani. L’estrema sinistra vede i ciellini come dei fascisti mascherati da cristiani per meglio combattere la loro crociata anticomunista. Col passare degli anni i ciellini in alcune situazioni si dimostrano i soli antagonisti della sinistra nel reclutamento giovanile. Un motivo in più la capacità di farsi proseliti, per meritarsi l’ostilità dei movimenti della sinistra.

Per una volta i manifesti di Cl non erano stati strappati dai muri. Semplicemente perché nessuno li aveva attaccati. Un po’ per il clima avvelenato, un po’ perché non sarebbero durati granchè, l’assemblea di Comunione e liberazione organizzata per la mattina dell’11 all’istituto di Anatomia, a via Irnerio 48, è stata convocata per inviti e col tam tam tra gli amici e i conoscenti. Nonostante questo all’appuntamento si presentano oltre quattrocento persone. La discussione comincia puntuale e verte su un articolo di Rocco Buttiglione, filosofo amico del movimento. Alle 10.30 dal fondo dell’aula arrivano voci e trambusto. In sala sono entrati un pugno di militanti del movimento, qualcuno di Lotta continua, qualcuno dell’Autonomia. Sono cinque o sei non di più. Volano manate, qualche pugno. Questi vengono spintonati fuori e la voce dello scontro rimbalza veloce. Ai cinque si aggiungono decine di studenti di sinistra. Parte l’assedio ai ciellini che si barricano all’interno. Al primo piano di Anatomia, il professor Cattaneo, preoccupato per la situazione, informa il rettore. Rizzoli avvisa la polizia. A suo modo è una decisone storica. La città universitaria è infatti una zona franca e le forze dell’ordine non possono intervenire se non espressamente chiamate dalle autorità universitarie. Alle 11.30, arrivano in via Irnerio una settantina tra poliziotti e carabinieri. I militanti del movimento vengono dispersi e le porte dell’aula si riaprono. Gli agenti sospingono i “rossi” all’altezza dell’istituo di matematica, verso porta Zamboni. Da qui i giovani di sinistra iniziano un fitto lancio di cubetti di porfido, ai quali gli agenti rispondono con i lacrimogeni. A questo punto gli studenti di Cl vengono fatti defluire verso piazza 8 Agosto. Per un attimo tutto sembra tornato alla calma.
Racconta Gabriele Giunchi, militante di Lotta continua in un’intervista rilasciata a Franca Menneas:

Questa cosa fu sufficiente a far arrivare un numero esorbitante di polizia rispetto all’episodio, che in sé era d’ordinaria amministrazione. Perché questo tipo di scaramucce era tollerato, fino a quel momento; non erano scaramucce che mettevano a repentaglio la sicurezza individuale di qualcuno, né loro potevano dirsi assediati da una minoranza di dieci persone essendo dentro in quattrocento. Non c’erano gli estremi per motivare l’arrivo di tante forze di polizia.

Dice l’avvocato Gamberoni, difensore di parte civile della famiglia Lorusso: “Non dimentichiamoci che l’episodio di Cl è un fatto modestissimo dal punto di vista dell’ordine pubblico. C’è il confronto anch e tra condotte violente, ma in una dimensione modesta, di movimento e non di gruppi terroristici”.
Scrive nella sua ordinanza il sostituto procuratore Romano Ricciotti:

Posti in salvo gli studenti di Comunione e liberazione, dispersi gli estremisti, pareva che l’episodio di violenza avesse avuto termine, tanto che i reparti di polizia si disposero ad avviarsi verso piazza dei Martiri. Ma improvvisamente da via Bertoloni ebbe inizio un nuovo lancio di pietre contro la polizia, che si trovava sulla carreggiata di via Irnerio. Questa volta oltre alle pietre, vennero lanciate anche bottiglie incendiarie alcune delle quali colpirono un automobile della questura e automobili di privati.
Anche questa aggressione fu fronteggiata con lancio di candelotti lacrimogeni. Al crocevia di via Bertoloni, (luogo individuato con certezza, perché ivi sono stati rinvenuti i bossoli dell’arma) il carabiniere Massimo Tramontani sparò dodici colpi con il suo Winchester, a scopo intimidatorio. Non vi furono conseguenze lesive, in quel momento. La reazione spinse gli aggressori e fu iniziato il lento ripiegamento dei militari e degli automezzi, lungo via Irnerio, in direzione piazza 8 Agosto e piazza dei Martiri.

Dalla diretta di Radio Alice: “C’è stato un casino di lacrimogeni…Saranno stati un centinaio di poliziotti e si sono diretti dalla parte di via D’Azeglio. Sparavano ad altezza uomo…”
Dichiara il brigadiere dell’ufficio politico della Ps, Gesuino Putgioni:

All’altezza di via Bertoloni ho visto quanto segue:
una bottiglia incendiaria si infranse al suolo ed esplodendo incendio la parte posteriore sinistra di una Fiat 127 in dotazione alle forze di PS, un’altra Fiat 500 ed un albero. A questo punto ricordo di aver visto nel mezzo dell’incrocio fra via Bertoloni e via Irnerio, un giovane carabiniere esplodere con un fucile Winchester numerosi colpi in direzione di via Bertoloni, cioè verso il piunto da cui era stata lanciata la molotov. Preciso che in quel punto vi era già molto fumo a causa dei candelotti lacrimogeni esplosi, e che il carabiniere sparò ad altezza d’uomo. Sono ben certo che era un carabiniere, non ricordo se avesse la bandoliera o meno, ne saprei riconoscerlo, ma sono certo che esplose i colpi ad altezza d’uomo. Io mi trovavo circa a dieci metri dallo sparatore. Vidi il carabiniere sparare con le ginocchia leggermente flesse, nella posizione tipica che si assume quando si spara con l’arma lunga ad altezza uomo ma non a tiro mirato. La scena che ho descritto si svolge sotto lo sguardo ritengo di poche persone, poiché il contingente si era già spostato in avanti ed era attestato in corrispondenza di via Centotrecento.

Scrive ancora il sostituto procuratore Ricciotti:

Pertanto si deve ritenere acquisito che gli aggressori pervenuti allo sbocco di via Mascarella in via Irnerio, trovano di fronte a se alcuni automezzi blindati, i loro conducenti e più lontani, pochi altri uomini delle forze di polizia.
Al crocevia tra via Irnerio e via Mascarella non vi era alcun reparto organizzato. La zona era completamente sguarnita. Gli aggressori provenienti da via Mascarella non furono avvistati tempestivamente, ne contrastati con il lancio di lacrimogeni. Al crocevia di via Mascarella si trovavano con certezza l’autocarro Cc con targa EI 88930 condotto da Massimo Tramontani seguito da camionette dei carabinieri. In posizioni diverse anche come orientamento, vi erano automezzi delle guardie Ps e anche un autocarro della nettezza urbana.

Ancora le dichiarazioni spontanee di Tramontani:

…Forse erano venti, forse trenta. Ricordo qualche immagine: quello che ha lanciato la bottiglia; un altro con un fazzoletto bianco al viso e che lanciavano un cubetto di porfido. Sono sceso con un balzo dall’autocarro dopo averlo fermato. Mi sono trovato di fronte tutta quella gente, parte della quale continuava a lanciare oggetti, parte stava a guardare il lancio sorridendo, qualche altro se non sbaglio si allontanava. Allora ho estratto la mia pistola Beretta d’ordinanza e ho sparato sei colpi in aria. Dopo i primi due colpi, quella gente non si era spaventata come era accaduto nell’episodio precedente. Indietreggiavano ma continuavano a fronteggiarmi. Molti di essi avevano oggetti in mano, allora ho fatto due passi verso di loro e, tenendo il braccio alzato, non in verticale ma in modo da evitare l’altezza d’uomo, ho sparato, uno dietro l’altro, quattro colpi. A questo punto quelli si erano dati alla fuga. Devo dire che quasi certamente i proiettili, ripeto quattro sono entrati fra le colonne del portico e hanno avuto dei rimbalzi il cui rumore sibilante ho percepito nettamente. Preciso che le pallottole hanno colpito il soffitto e poi sono rimbalzate verso il basso. Tutti si sono allontanati non è rimasto alcuno.

Ci sono molti aspetti nelle dichiarazioni di Tramontani. Su un punto il carabiniere ha senz’altro torto, “sul posto” qualcuno è rimasto: è un giovane di 25 anni, Francesco Lorusso militante di Lotta continua, riverso supino con un proiettile nel petto e un lungo sbuffo di sangue sui baffi.
Alle 13.30 Radio Alice dà in diretta la notizia della morte di Lorusso. “Questa oggi è la logica che muove i carabinieri, i padroni, i poliziotti, di sparare e colpire qualunque cosa si muove e si oppone al loro disegno portato avanti dai servi sciocchi e squallidi che sono questi di Comunione e liberazione”. A Bologna, dove finora non è mai accaduto nulla di grave in fatto di ordine pubblico, si organizza una rappresaglia destinata a diventare ben presto nazionale.

Bologna conosce l’acme degli scontri. Nel pomeriggio si mobilitano per evitare l’irruzzione e alzano barricate in tutte le principali vie della zona universitaria. Radio Alice racconta in diretta: “ Siamo qui in via Zamboni. La polizia non è ancora riuscita a superare la barricata che è davanti a Economia e commercio…Il grosso del corteo è a porta Zamboni…”
La polizia spara lacrimogeni e carica i passanti in via Rizzoli e in piazza Maggiore.
Il 14 marzo il prefetto vieta il corteo per il funerale di Lorusso, che si svolge in periferia, nelle parti dello stadio. Il 16 marzo la Bologna “democratica” convocata dai sindacati, scende in piazza contro la violenza. Ancora una volta il servizio d’ordine del Pci impedisce ai giovani di entrare in piazza Maggiore. Ne nasce un parapiglia dopo il quale una parte dei manifenstanti riesce a confluire. Non c’è alcun modo di gestire la manifestazione. A Giovanni Lorusso fratello di Francesco che avrebbe dovuto parlare a nome del movimento, viene negata la parola. Il suo intervento viene pubblicato il giorno dopo da Lotta continua.

Funerale Lorusso Funerale Lorusso

http://www.marzo77.it/Foto_SetFrame.asp

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Come le polaroid di Aldo Moro sono diventate, se così si può dire le “icone” del terrorismo, la fotografia del volto insanguinato di Francesco Lorusso è stata una delle tante per il movimento “rivoluzionario” del ’77. Utilizzata da Lotta continua come mezzo di comunicazione e propaganda, ha segnato il passo verso l’inasprirsi dell’uso della violenza come strumento di lotta e di protesta. In particolar modo, a Bologna ha messo alla luce la repressione utilizzata dallo Stato per “soffocare” la voce del movimento.

VENERDì 11 MARZO 1977

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Ore 10, assemblea di Comunione e Liberazione all’interno dell’Istituto di Anatomia: circa 400 persone.
Cinque compagni di Medicina, presentatisi all’ entrata, vengono malmenati e scaraventati fuori dall’aula.
La notizia si sparge nell’università e accorrono una trentina di compagni che vengono dapprima fronteggiati da un centinaio di squadristi ciellini. VEDI RADIO ALICE
L’aggressione da parte dei cosiddetti “autonomi” consiste nel lancio di slogan e scambi verbali come ad esempio: «Barabbalibero» e «Seveso, Seveso».
Scatta la provocazione: i ciellini si barricano all’interno dell’aula; uno di loro, d’accordo con un professore (Cattaneo), che intanto aveva interpellato il rettore Rizzoli, chiede l’intervento della polizia e dell’autoambulanza, prima ancora che succeda qualcosa.
Nel frattempo, fuori dell’istituto di Anatomia, si raggruppa un centinaio di compagni che cominciano a lanciare slogan contro CL.
Dopo mezz’ora, arrivano polizia e carabinieri con cellulari, gipponi e camion, in numero spropositato.
I compagni escono dal giardino antistante l’istituto e si raccolgono sul marciapiede nei pressi del cancello; un primo gruppo di carabinieri entra e si schiera nel giardino, un secondo gruppo esegue la stessa manovra e si scaraventa contro i compagni, manganellandoli senza alcuna motivazione.

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I compagni scappano verso Porta Zamboni ed è qui che parte la prima scarica di candelotti. Ritornando verso via Irnerio, i compagni vengono bloccati da una autocolonna di PS e carabinieri ed è a questo punto che un carabiniere spara ripetutamente e per difesa, viene lanciata una molotov contro la jeep, causando un principio d’incendio.
Poi, in Via Mascarella, un gruppo di compagni che ritornava verso l’università incontra una colonna di carabinieri proveniente da Via Irnerio: a questo punto il compagno Francesco Lo Russo (militante di Lotta Continua) viene freddamente ucciso.
I carabinieri caricano il gruppo in cui si trova Francesco e partono le prime raffiche di mitra: alcuni compagni scappano verso l’università, risalendo Via Mascarella.
Una pistola calibro 9 si punta sui compagni ed esplode 6-7 colpi di rapida successione: lo sparatore (come testimonieranno i lavoratori della Zanichelli) indossa una divisa, senza bandoliera, e un elmetto con visiera; prende la mira con precisione, poggiando il braccio su di una macchina. Francesco, sentendo i primi colpi, si volta mentre corre con gli altri e viene colpito trasversalmente. Sulla spinta della corsa percorre altri 10 metri e cade sul selciato, sotto il portico di Via Mascarella. Quattro compagni lo raccolgono e lo trasportano fino alla libreria “Il Picchio”, da dove un’autoambulanza lo porta all’ospedale ma Francesco vi giunge morto.

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Nel frattempo, la polizia dopo aver disperso i compagni in Via Irnerio, si ritira in questura.
La voce che un compagno è stato ucciso si sparge. Radio Alice ne dà la notizia verso le 13,30.
Da allora in poi nella zona universitaria è un continuo fluire di compagni. Tutti gli strumenti di informazione che il movimento possiede sono in funzione, dalle parole alla radio. All’incredulità e al disorientamento si sovrappongono il dolore e la rabbia.
L’università si organizza per evitare nuove provocazioni della polizia: vengono chiuse tutte le vie d’accesso, utilizzando banchi, tavoli e seggiole delle università. Ogni facoltà si riunisce e dalle assemblee improvvisate (tutte le aule, la mensa, ogni spazio è riempito dai compagni che si organizzano) emerge con chiarezza che l’assassinio di Francesco è tutto tranne che un “incidente”.
I compagni organizzano il corteo che si terrà alle 18, con un affluenza di 10.000 persone da P.zza Verdi a P.zza Maggiore.

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La rabbia e il dolore si fanno crescenti e la maggioranza dei compagni individua gli obiettivi
e le risposte che il movimento vuole dare.
La libreria di CL, “Terra Promessa”, ridiventerà per la terza volta “terra bruciata” e l’obiettivo politico da colpire è la DC.
Finite le assemblee si organizzano i servizi d’ordine allo scopo di garantire l’autodifesa del corteo che prenderà vita con un una manifestazione di 8.000 compagni.
Sono le 17.30. Il corteo è in Via Rizzoli; alcuni compagni se ne staccano e infrangono delle vetrine della via centrale.
In Piazza Maggiore il corteo sfila, raccogliendo i compagni rimasti, mentre un gruppo di aderenti al PCI si raccoglie ma l’attesa partecipazione dei consigli di fabbrica veniva meno.
Il corteo si dirige in Via Ugo Bassi, dove altre vetrine vengono infrante.
Nei pressi della sede della DC, la polizia si scontra con la testa del corteo che riesce a evitarne l’irruzione nel corteo stesso. Intanto, la coda viene attaccata con fitto lancio di lacrimogeni.
Il corteo si scioglie e si disperde nelle stradine laterali.
Un primo troncone si ricompone in Via Indipendenza e si dirige alla stazione FS, occupando i primi binari. L’altra parte si ricompone in Piazza Maggiore e si immette in Via Indipendenza dove apprende la notizia dell’ occupazione della stazione.
Alla Stazione FS intanto iniziano gli scontri, la polizia entra nell’atrio principale, sparando candelotti e i compagni rispondono, riuscendo così ad allontanarsi da un’uscita laterale.
Il resto del corteo è nel frattempo arrivato nella zona universitaria, dove ci si riunisce, in assemblea, per una valutazione della giornata e per organizzare il viaggio a Roma dell’indomani
Nel frattempo viene “aperto” il ristorante di lusso “il Cantunzein” e centinaia di compagni possono sfamarsi.
L’assemblea, iniziata nell’aula magna di Lettere, per l’enorme afflusso di gente viene trasferita al cinema Odeon. Nei pressi del cinema, un compagno viene sequestrato da agenti in borghese, armi in pugno e trasportato via su un’auto con targa civile.
Nella notte verranno effettuati numerosi arresti e perquisizioni domiciliari.

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IL MOVIMENTO CONTRO LA REPRESSIONE

La rivincita del movimento ha un titolo: convegno contro la repressione, da tenersi a settembre. La parte colta del movimento, i dirigenti di Lotta continua e il gruppo che fa capo a Piperno e Scalzone riescono a dare al convegno dimensioni internazionali, invitano i profressori dell’extrème gauche francese, chiamano a raccolta intellettuali tedeschi e irlandesi. Si tratta di persone che conoscono poco o niente la situazione italiana e che stanno al gioco dei “diversi”, dei “contrari”, di quelli che sono comunque contro l’autorità. Ma appena arrivati a Bologna, se non sono degli stupidi, capiscono che la faccienda è molto più seria e molto meno intellettuale, capiscono che il raduno giovanile è spaccato fra coloro che intendono restare nell’ambito della ragione e della civile convivenza e gli altri che sono ormai decisi per la rivolta, per la lotta armata. Il movimento annuncia che stanno arrivando a Bologna centomila giovani, cifra evidentemente esagerata; ma dai trenta ai quarantamila certamente ci arrivano, la città nei primi giorni presenta un aspetto quasi allegro. Il partito manda i suoi vecchi operai a intenerire il cuore dei Movimentisti: siamo tutti dalla stessa parte, tutti socialisti, ma attenzione, non bisogna commettere errori, il nemico capitalista ci spia. Ma il tempo delle emozioni gentili e delle memorie retoriche è passato, gli autonomi hanno alzato il mirino in molte città italiane. Lotta continua e Il Manifesto si dissociano, prendono le distanze, il raduno si spacca, la lettera dall’esilio-latitanza parigina di Franco Berardi detto Bifo, leader dell’ala creativa viene fischiata. I duri di Autonomia pongono il loro quartier generale al palazzetto dello sport e nel calore dell’assemblea viene fuori prepotentemente l’adesione al partito armato, i gridi di “Curcio libero”, i segni con la mano per imitare la P38. C’è un momento di tensione quando il corteo conclusivo dopo aver sfilato per le vie centrali di Bologna, si dirige verso il carcere dove sono prigionieri gli arrestati dell’11 marzo. Circola la voce che gli autonomi vogliono assaltare la casa di pena e liberare i compagni. Il governo ha fatto affluire a Bologna circa diecimila carabinieri e poliziotti armati di tutto punto. Il corteo sfila davanti le carceri lanciando slogan, ma senza passare a vie di fatto.
Nonostante le ambiguità sull’uso della violenza politica, a Bologna emerge con chiarezza che la “base di massa” del partito armato non esiste. E che nel movimento è ormai nettamente prevalente un’area che rifiuta qualsiasi tipo di militanza, gerarchia e razionalità politica.
Scrive Sergio Bianchi ex militante dei Circoli di Proletariato giovanile, oggi direttore della rivista Derive-Approdi: La deriva terroristica e quella dell’eroina due fenomeni che pure hanno segnato l’autodistruzione di una parte del ’77, in termini quantitativi rappresentano una porzione irrilevante rispetto alle decine di migliaia di persone che erano scese in piazza. Cosa hanno fatto tutti gli altri? Molti hanno messo a frutto l’esperienza di quell’ondata di creatività sul piano comunicativo. Si sono trovati lavori centrati per l’appunto sulla comunicazione, finendo sul mercato come pubblicitari, giornalisti, editori. Molti operai giovani specie al nord, hanno rifiutato il lavoro salariato fisso e sono diventati piccoli imprenditori o lavoratori saltuari inseriti in un ciclo di vita felssibile.
Dice Bifo: Io continuerò sempre a negare qualsiasi derivazione meccanica del terrorismo dal movimento. C’è la prova provata: a Bologna gli atti di terrorismo furono pochissimi, i terroristi bolognesi sono andati a militare in altre città: la risposta terroristica era più vecchia del pensiero che avevamo elaborato. La nostra colpa fu non aver esplicitato la differenza fin dal primo giorno, per uno stupido senso di omertà o per la giusta paura di introdurre le tali tensioni del movimento. Così a settembre il convegno sulla repressione fu la scena della sopraffazione politica di una minoranza di retrogadi, leninisti, su una maggioranza che cercava la forma di una nuova convivenza, non di un’organizzazione armata.
Secondo molti osservatori il convegno di Bologna segna la vittoria dell’Autonomia operaia su tutte le altre componenti del movimento. Una vittoria illusoria ed effimera. Le parole più lucide sul senso politico del convegno contro la repressione le scrive il giornalista della Repubblica Carlo Rivolta: Bologna, salvo sorprese e imprevedibili aiuti da parte del maldestro Pci, può essere a mio giudizio l’inizio della fine dell’Autonomia per come essa si è presentata finora. Una fine che sarà ricca di colpi di coda, anche motlo violenti, di riprese, ma pur sempre una fine.

Palazzetto dello sport

RADIO ALICE

Giugno 25, 2007

Concepita nel 1975 durante il periodo di esplosione delle radio libere, la radio inizia a trasmettere il 9 febbraio 1976 sulla frequenza fm 100.6 mhz, utilizzando un trasmettitore militare. Lo studio della radio è un appartamento di via del Pratello, nel centro di Bologna. La piccola emittente radiofonica dell’ “ala creativa” del movimento studentesco vuole farsi portavoce della “comunicazione liberata”: di qui le decisioni di aprire il microfono a chiunque e di trasformare la radio in strumento di produzione culturale attraverso l’organizzazione di concerti e di raduni giovanili.
La radio viene chiusa dai carabinieri il 12 marzo 1977 con l’accusa di avere diretto via etere i violenti scontri all’indomani dell’assassinio dello studente Francesco Lorusso per mano della polizia. I redattori della radio che non riescono a fuggire durante l’irruzione negli studi vengono arrestati. Gli apparati di trasmissione vengono distrutti. Per la prima volta nella storia repubblicana una testata radiofonica è soppressa per mano militare.
Radio Alice riapre circa un mese dopo e continua le trasmissioni per ancora un paio d’anni, ma senza l’apporto degli originali fondatori. Tutti gli arrestati di Radio Alice, alcuni dei quali malmenati in carcere, vengono prosciolti dalle accuse mosse nei loro confronti. La frequenza della radio sarà poi ceduta a Radio Radicale.
L’inchiesta contro il carabiniere che aveva sparato a Lorusso e il capitano che lo comandava si conclude con l’archiviazione del caso.

LE INNOVAZIONI DI RADIO ALICE

Radio Alice viene spesso ricordata come la “radio degli autonomi”, ma in realtà la radio ha rappresentato un singolare e originale esperimento di comunicazione: priva di redazione e di palinsesto fisso, annunciava la rivoluzione mediatica che stava per irrompere attraverso l’uso continuo e incondizionato della diretta telefonica (mai usata con tale audacia in Italia). Nella sua breve vita le istanze politiche si mescolavano a pratiche artistiche e esistenziali in un flusso di comunicazione privo di pubblicità, trasmissioni e organigrammi.
Tutto meritava di essere trasmesso: brandelli di libri, comunicazioni sindacali, poesie, lezioni di yoga, analisi politiche, dichiarazioni d’amore, commenti ai fatti del giorno, ricette, favole della buonanotte, liste della spesa, la musica dei Jefferson Airplane, degli Area, dei Fugs o di Beethoven. Le trasmissioni si aprivano e si chiudevano sempre col brano Lavorare con lentezza del cantautore pugliese Enzo Del Re.
Tra gli animatori della radio si ricordano Franco Berardi detto “Bifo”, il giornalista Maurizio Torrealta e il fumettista Filippo Scòzzari.

FILIPPO SCOZZARI: INTERVISTA
Radio Alice e Bologna nel ‘77

Per Radio Alice tutti i giorni alle due leggevo il Racconto Digestivo. Davo la caccia ai testi brevi più schifosi e farneticanti che potessi trovare, articoli dall’Arcibraccio, raccontini di fantascienza. Suscitai le ire delle femministe all’ascolto e della redazione, dovetti rifugiarmi nei fumetti e sfruttai un’antologia americana sui comix underground, mai tradotta in Italia. Traducevo a casa, e andavo poi a leggere alla radio, le vite e i processi di “eroici” fumettari, che regolarmente dovevano fare i conti con l’Amerika in tutta la sua sfiga. Contemporaneamente mandavo in onda degli S.O.S., per vedere se riuscivo a trovare qualcuno in grado di costruire insieme a me qualcosa che non fosse una rivistina di mezzi deficienti per deficienti totali, com’erano già allora Linus o Alter Linus o il Mago o la scandalosa Doppia Wù mondadoriana.
In quell’Italia, puzzolente come questa, l’idea di mettere in piedi una radio senza chiedere permessi era di per sé scandalosa, e qualsiasi cosa tu dicessi attraverso i microfoni ti denunciava come spostato o delinquente, magari pure frocio. Tra le poche radio libere italiane si distingueva Radio Alice, che si fece conoscere nei fumosi giorni delle barricate di Bologna perché era considerata dagli imbecilli una radio di guerriglieri. All’epoca nemico dichiaratissimo delle radio libere era il Partito Comunista, che infatti è crepato di lì a poco – vedeva quest’esplosione di comunicazione libera come un aprire la porta ai padroni. Non hanno mai avuto occhio altro che per le questioni unitarie: lo sbocciare di mille fiori radiofonici era una pura e semplice bestemmia, e quindi non impiegarono più di quattro secondi a spedire il loro giudice Persico contro Bifo, contro Radio Alice, a caccia dei collaboratori della radio, e se avessero potuto trovare il modo, anche degli schifosi ascoltatori. Era un inferno. Era un regime “mentale” e politico che stava crollando, i suoi bidelli non capivano nulla di quello che stava accadendo e si comportavano come se il loro regno potesse durare mille anni. Persico è ancora lì. Chissà se ogni tanto arrossisce.
Io, che in realtà con Radio Alice non c’entravo nulla, da una parte assistevo a tutto ciò abbastanza stupefatto, e dall’altra abbastanza distante, teso com’ero a sfondare il muro di gomma che si frapponeva tra me e -lo dico con dozzine di virgolette- il “successo”. I comunisti, sempre ultimi nella comprensione della realtà, si vedevano sfuggire dal controllo (l’aborrita fuga a sinistra, poco più tardi diventata “I Compagni che Sbagliano”) intere porzioni di greggi che nemmeno sospettavano esistessero, un proletariato giovanile assolutamente disposto a disubbidire e al quale non riuscivano a parlare. Quando si sono accorti che Il Ragazzaccio Maleducato e Irriconoscente aveva addirittura osato crearsi i propri mezzi di comunicazione senza chiedere permesso, non ci hanno visto più. A rivolta raffreddata, per farsi perdonare, o forse timorosi finalmente che non bisognava “esagerare nel controllo del territorio”, non seppero vedere o non vollero vedere che l’eroina si stava mangiando Bologna.
Bologna: paradossalmente protetta, fino a quel momento, proprio dal suo essere piccola, provinciale, e surtout “santuario”del buon governo, fu ammazzata perché ai timoni aveva una banda di ciechi, imbelli e decerebrati. Dopo la “VITTORIA!” sugli “studelinquenti”, in via Barberia spesero tempo e denaro per simposi, e agenzie di studio, e comitati, nel tentativo di capire che cosa questo benedetto proletariato giovanile volesse, in una città che presumevano meravigliosamente attrezzata per la soddisfazione di tutti. Ripeto, rimango stupefatto dalla cecità di quelli che avrebbero dovuto governare e che, proprio perché rimasti assoluti padroni del centrocampo avrebbero dovuto sì questa volta “tiranneggiare”, esagerare sul serio nel controllo del territorio e far sentire la mano pesante sulle vere merde, che in quei mesi stavano uscendo dalle fogne e insediandosi sulle strade. Preferirono invece chiudere occhi e buco di culo. Ma come, sei il Re della tua città, il programmatore X ha deciso di annegarti nell’eroina e tu non te ne accorgi, non fai niente? Speri che passi? Non ci sono scuse, sotto nessun punto di vista: pesantissime avvisaglie ce n’erano già state un po’ in tutta Italia, e da un pezzo. Milano ad esempio era un problema ormai marcito, bastava leggersi il RE NUDO di quegli anni, leggerlo, umilmente studiarlo, e PREPARARSI. Macché.
Di fatto ora Bologna è una delle città più spente che ci siano, sembra Vercelli, e continua a godere di un’attenzione molto al di sopra dei suoi meriti reali.

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http://www.radioalice.org/

GUERRIGLIA COMUNICATIVA E POETICHE DI LIBERAZIONE

Intervista a Klemens Gruber
di Alessandro Marucci

La fine del monopolio statale dell’etere coincise in Italia con la proliferazione di una miriade di radio libere. L’euforia per questo avvenimento portò una parte dell’intellettualità di sinistra a leggere questo fenomeno come l’inizio di una nuova era. Sei d’accordo con questa interpretazione?

Forse quest’esperienza indicava la fine di un’era, quella pre-televisiva. Le piazze italiane erano ancora elementi centrali della sfera pubblica e le trattorie luoghi d’incontro quotidiano. Le sere non si trascorrevano davanti alla televisione, ma la gente si scateneva in piazza affollandola in un rituale serale: darsi appuntamenti, indicare luoghi, diffondere abitudini. Grazie allo sviluppo tecnologico, all’inizio degli anni settanta i prezzi delle tecnologie comunicative calano in modo incredibile, facendo si che fioriscano esperimenti con mezzi a basso costo: video, radiotrasmittenti, macchine offset. Radio Alice è il punto forse più avanzato di queste sperimentazioni con le nuove possibilità espressive e comunicative, ed è sin dall’inizio anche un punto d’incontro, un emporio di conoscenza e di vita, proprio come se la piazza si fosse allargata tecnologicamente nell’etere. Poi l’ondata delle TV private, annientò sia le tradizionali, arcaiche forma di vita urbana sia le invenzioni comunicative di un’intera generazione. Oggi quel “fossile conduttore” degli anni ottanta/novanta attraversa la fase calante della sua parabola, per il diffondersi della cultura net.

Proviamo a ripercorrere le fasi che ahnno portato alla nascita di Radio Alice a Bologna?

E’ a partire dal 1974 che in questa città comincia a circolare al voce sulla possibilità dell’apertura di un emittente radiofonica. Quando la Rai possiedeva ancora il monopolio sulla radiotelevisione, si formò un collettivo chiamato “Controradio” che iniziò a valutare la possibilità di mettere in piedi una radio pirata. Radio Alice, poi, sarà “dichiarata emanazione” della cooperativa “Ricerca linguaggio radiofonico”, come si può leggere in un’ordinanza giuridica da parte della polizia.Un gruppo che ruotava intorno alla rivista “A/traverso” animata da Franco Berardi svolge la ricerca teorica ed elabora un proprio concetto sulla comunicazione, ispirato sia dall’euforia dell’avanguardi a storica sui nuovi strumenti massmediali sia dalle visioni soft tardocaliforniane sul ridimensionamento dei media a misura umana.

Quali erano le diverse posizioni all’interno della sinistra in teme di comunicazione?

La sinistra “vecchia e nuova” aveva concentrato la propria attenzione unicamente sul contenuto dell’informazione, sviluppando la cosiddetta controinformazione. Il collettivo di Radio Alice, invece, cerca di abbandonare quella tradizione per passare alla “guerriglia informativa”, che non doveva limitarsi ad un semplice lavoro sull’informazione, ma investire direttamente l’intero ciclo informativo. Si tratta di un cambiamento radicale. “A/traverso” alla fine del 1975 pubblicò un articolo “soggeTTo colleTTivo emeTTe a/Traverso”, nel quale in nuce veniva sviluppato un progetto autonomo. La premessa di questo progetto era la presenza di un’intelligenza tecnico-scientifica in grado di usare i mezzi elettronici e di modificarne le funzioni; il motivo della scelta della radio come terreno di sperimentazione andava ricercato nelle moltepliciplità espressive di questo mezzo rispetto alla scrittura; e l’intenzione infine era quella di considerare l’informazione non come uno strumento vuoto e neutro: “Signori, non stiamo parlando delle stesse cose, lo scarto che passa fra la vostra informazione e le nostre è grande quanto una vita” diceva Radio Alice.

Mi sembra di capire che vengono abbandonate le più diffuse convinzioni della sinistra sul tema della comunicazione, non si parla più in termini di controinformazione o comuncazione alternativa?

E’ proprio così perché nella “guerriglia comunicativa” – teorizzata dal collettivo della radio- bisogna appropriarsi del mezzo, sconvolgere la circolazione delle informazioni distruggendo il rapporto tra emissione e circolazione. La controinformazione o comunicazione alternativa, invece, lasciava inalterati i rapporti tra codice e messaggio e soprattutto quelli tra emittente e ricevente, riproducendo, per certi versi, il sistema di comunicazione vigente. Dall’altra parte vi era il concetto elaborato negli anni sessanta da Umberto Eco sulla strategia della cosiddetta “guerriglia semiologica”: invece di occuparsi della trasmissione di informazioni e meglio agire in modo critico nel luogo in cui aviene la ricezione. Lì l’emittente perde il suo potere: non esiste nessuna garanzia che il destinatario recepisca un messaggio nel modo in cui lo intendeva l’emittente. Al contrario, il destinatario dovrebbe essere incoraggiato e messo nelle condizioni di poter intervenire sul processo di comunicazione- attuare la “decodifica aberrante” come atto di difesa contro il continuo bombardamento dei messaggi.

Anche Radio Alice non accetta l’idea di un pubblico passivo, i cosiddetti ascoltatori hanno la stessa centralità e importanza dei redattori. Come spieghi questo cambiamento rispetto al modello delle radio tradizionali?

Radio Alice oltrepassa la tattica della “guerriglia semilogica” che si limita alla ricezione aberrante, all’interpretazione critica, alla lettura analitica del messaggio. Non è neanche la classica radio alternativa, che emette informazioni alternative. Il suo pubblico non è la “massa passiva” delle radio tradizionali – la “guerriglia informatica” praticata da Radio Alice sconvolge tutta l’architettura dei media, sbilancia la perfezione dei mass media: cerca di far scomparire la rigida divisione tra ascoltatori e redattori. In questo orizzonte l’informazione viene prodotto in maniera collettiva. L’elemento fondamentale di questa strategia è che non deve esistere una notizia o un informazione prodotta esternamente da questo ciclo comunicativo. La grande originalità di questa esperienza sta nell’aver dichiarato “proprietà sociale” sia l’informazione che la musica. Strumento fondamentale è il telefono le il suo abbinamento alla radio. I due mezzi si intersecano. Chi emette e chi riceve non è più prigioniero del proprio ruolo. La libertà di accesso, l’informalità e l’istantaneità gettano le basi per superare anche la concezione della proprietà privata del lavoro intellettuale.

Come hai detto Radio Alice abbandonerà il tema della controinformazione come puro e semplice servizio informativo. Quali altre riflessioni sulla comunicazione di massa condizioneranno il progetto comunicativo della radio?

Vi sono due punti di vista contrastanti sulla comunicazione ad essere preis in cinsiderazione: da una parte la posizione di H. M. Enzesberger che si fonda sulla Teoria della radio di Bertolt Brecht, secondo il quale il sistema dei media è sottoposto al controllo e al monopolio della classe dominante. Che ne modifica la funzione, mentre la struttura rimane egualitaria. La strategia rivoluzionaria consiste nel liberare i media da questo controllo. In questa non sono i media ad essere il problema ma chi li governa.
Altro punto di indagine è quello proposto da Marschall McLuhan racchiuso nella formula “the medium is the message” e quello contrario della Scuola di Francoforte, secondo cui il mezzo, strutturando il messaggio, sarà sempre più forte dell’enunciatario. Tutte queste riflessioni sono presenti nelle discussioni che porteranno alla nascita di Radio Alice, ma si riveleranno poco utilizzabili. Verrano sperimentati da questa radio libera il “fascino del villaggio” di McLuhan e il 2linguaggio sporco” dei mezzi elettronici di Enzensberger.

Parliamo dei riferimenti culturali, e di quella che tu hai definito la ricerca di una “poetica della trasformazione”?

A dare il nome alla radio è Alice di Lewis Carrol, protagonista di due libri famosi: Alice nel paese delle meraviglie (1865) e Attraverso lo specchio (1871). E anche un terzo libro le fa da padrino: La logica del senso di Gilles Deleuze che decifra i paradossi dell’eroina di Carrol come metafore dei meccanismi della perdita dell’identità. Alice è fuori dalla logica, lo specchio simbolo dell’identità viene continuamente attraversato. Giocare contro la paranoia identitaria sarà una delle caratteristiche del collettivo della radio. Altro tema sarà il recupero della lezione del dadaismo. Riaprtire dal dadaismo significava riapreire la separazione tra arte e vita, in questo caso tra vita e politica, tra arte e politica; significava rilanciare il rifiuto della lingua corrente e la critica al common sense delle due chiese italiane, quella cattolica e quella comunista.

Uno degli aspetti più interessanti della vicenda di Radio Alice è stato quello di recuperare una serie di personaggi che avevano segnato il panorama politico e culturale del primo Novecento, in primis alla poetica rivoluzionaria di Majakovskj e al radicalismo esistenziale di Artaud. Perché proprio loro?

Il Majakovskj che si incontra nella Bologna degli anni settanta gode di popolarità, on solo perché rappresenta la tensione tra felicità personale, cambiamenti di vita e processo rivoluzionario, ma per la sua ricerca di nuove forme di espressione. L’operatività testuale di Majakovskj diventa attività di massa: scrittura collettiva, scritte sui muri, distruzione dei meccanismi spettacolari, appropriazione delle merci.

E Artaud?

Artaud rappresenta il rifiuto intellettuale di trasformarsi in “funzionario del consenso”. Egli voleva ritornare alle caratteristiche primitive, a quanto era stato seppellito sin dal Rinascimento: il linguaggio del corpo. Questa riabilitazione del linguaggio del corpo nello spazio lingiustico sarà di fondamentale importanza per il gruppo che orbitava intorno a Radio Alice. Artaud ne diventerà il grande segreto, che non fa differenza fra linguaggio ed inconscio servendosi di musica, sogni, nonsenso, balbettio, delirio.

Il rapporto con un nuovo tipo di comunicazione sviluppa sempre nuovi modi di parlare. Nel caso di Radio Alice si è parlato dell’invenzione di un vero e proprio linguaggio, il cosiddetto “linguaggi sporco”. Puoi spiegare di cosa si tratta?

In Radio Alice si parlava di tutto, trasmette. Miusica, notizie, giardini fioriti, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, bollettini di guerra, fotografie, messaggi, bugie, diceva una sua pubblicità. Le voci più diverse si intrecciavano e si contagiavano. Naturalmente vi erano provocazioni linguistiche, o parole “sporche”, rotture di tabù come le bestemmie – ma il linguaggio di Radio Alice è sporco innanzi tutto perché è un linguaggio parlato. Privo di costruzioni, libero e schietto. Il delirio comunicativo di Radio Alice, come è stato chiamato dai giornalisti, era anche diverso dalle radio pop-pubblicitarie, che hanno invaso poi l’etere. Radio Alice dava la possibilità di usare un linguaggio privo di senso, di liberare l’espressività dall’obbligo del senso.

Radio Alice e li collettivo A/traverso divennero anche ambiti di irradiazione di “informazioni arbitrarie”, prodotte applicando le tecniche del dètournement arrivando fino alle pratiche della falsificazione, che aprirono la strada ai “grandi falsi” che cominciarono a circolare dopo il 1977. Come si arrivò a questo?

Il telefono è uno strumento per eccellenza d’infiltrazione quasi incontrollabile, è un “irresistibile intruso” come diceva McLuhan. Radio Alice sfrutta questo fatto per trasmettere telefonate con dei personaggi pubblici. Una delle più riuscite è stata una telefonata all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Lo speaker presentandosi come Gianni Agnelli, si lamentava dei suoi operai indisciplianati, chiedendo un intervento dello stato. Dopo la chiusura di Radio Alice da parte della polizia, subentrò una radicalizzazione concettuale. Non si trattava più roanticamente di “trasmettersi addosso”, ma di mostrare come funziona la comunicazione in questa società. Dal presupposto che i media scrivono le sceneggiature della realtà, si inventò la formula “notizie false che provocano eventi veri”.

Qual è, se c’è, l’eredità di un’esperienza “breve ma intensa” come quella di Radio Alice?

Innanzi tutto il desiderio di comprendere il processo di trasformazione al quale apparteniamo. Lo stesso spirito, la stessa voglia di capire si trovava attorno a Radio Alice: un flusso continuo di produzione teorica, anche davanti i microfoni, che già allora si concentrava su temi che oggi sono il terreno dei mutamenti globali: il lavoro come produzione del sapere, il linguaggio e il suo controllo ed inoltre il concetto del soggetto come punto di incrocio di energie collettive. La seconda innovazione è stata la ricerca sistematica del mezzo. Mentre l’avanguardia storica si era appropriata dei nuovi mezzi di comunicazione per superare la crisi dell’arte – i giovani bolognesi sperimentavano coi mass media per distruggere il rapporto già esistente con i consumatori, per sovvertire questo rapporto di passività: far irentare il pubblico, lo spettatore, l’ascoltatore nel processo di produzione per cambiarlo. E sin dall’inizio le sperimentazioni di Radio Alice fecero molto divertire e resero paradossale l’insopportabile realtà. Così si formò un’intelligenza creativa ed allegra, precorritrice della cultura della rete.

Roma-Vienna
Gennaio 2002

FUMETTI

Giugno 18, 2007

SPUNTA IL RITRATTO DI ANDREA PAZIENZA, MA SONO TANTI CHE RACCONTANO LA STORIA DISEGNANDO

Il 4 aprile del ‘77 “le straordinarie avventure di Pentotal” si affacciarono nelle edicole, dalle pagine di “Alterlinus”. Pazienza Andrea, pugliese cresciuto a Pescara, classe 1956, che le aveva disegnate mentre sotto le sue finestre di fuori sede bolognese del Dams infuriava il Marzo 1977, volle aggiungervi un ultima tavola dove lo stesso autore confessava il suo terrore di restare tagliato fuori da quello che sembrava un’ inizio. C’era Radio Alice che parlava una torretta di autoblindo puntata sul lettore e un brandello di bandiera dedicato a Lorusso: “è vivo Francesco e lotta in mezzo a noi”. Pazienza inizia così a mettere in scena se stesso e la sua generazione lasciando irrompere negli ambiti del fumetto, un ibrido irripetibile di pittura, satira politica, letteratura disegnata, underground e lingua volgare dei giovani proletari fuori sede. Andrea andrà via senza salutare nel ’88.

Se il decennio in questione si era aperto con “Linus”, adesso la rivista milanese non si bastava più e si faceva “Alter”. “Eureka”, la più potente rivale, avrebbe svoltato bruscamente a sinistra.

Il fumetto strabordava dagli ambiti tradizionali, autori e lettori ormai erano coetanei e crescevano insieme e strabordando cambiava insieme agli altri media. “Re Nudo”, tempio mensile della contro cultura, prima di trascolarsi in arancione, lasciava debuttare l’algido Lorenzo Mattotti oggi super star dell’ illustrazione mondiale, e Filippo Scozzari, in mezzo a citazioni di undergroud USA e cose di Francia (“Metal Hurlant”, “l’echo des savanes”, “Fluide glacial”, “Hara Kiri”) dove gli autori avevano preso ad autoprodursi per non subire condizionamenti di editori e poteri. Finanche il serissimo settimanale della FGCI, si dotò di supplemento fumettistico. Mai più senza fumetti che in questo periodo sono il mezzo migliore per definire “gli altrove”: intercettando i nuovi linguaggi giovanili e i fermenti poitici per visualizzare le utopie narrative di fantasy e fantascienza, specialmente. L’ondata  grafica francese, i “disegnatori onirici”, fu ereditata in Italia grazie ad Alter che recise ogni parentela con Linus e cominciò a tradurre gli Humanoides Associes, tra cui spiccava un certo Moebius, ebbe a dire il nostro Paz traendone l’influenza tra i sui pennarelli e quelli di certi sui colleghi al pari di Jacovitti, Karl Barks di Paperino, Pratt, Crepax, Milton Canif e Will Eisner. Ma a ben guardare la pubblicità sulle pagine di Re Nudo e di Ciao2001 si evince che il circuito alternativo più o meno autoprodotto è ormai un  mercato maturo, così nella mazzetta ideal tipica di quei giorni, tra Lotta Continua, Quotidiano dei lavoratori, Muzak, Gong, spunta Cannibale, ogni riferimento allo sballo da erba è assolutamente voluto, reperibile nel canale distributivo abituale di stampa alternativa. Erano  Stefano Tamburini e Massimo Mattioli che vollero farsi indipendenti e sperimentare. Mattioli disegnatore dei coniglietti rosa del Giornalino e Tamburini cultore dell’underground e padre di RanXerox. Attratti come una calamita arrivarono Paz e Scozzari e Tanino Liberatore. È su queste pagine irregolari che debuttarono le “avventure della boccia Ernesta”, una molotov corteggiata da un lacrimogeno del II Celere.

In tutta Europa il medium si sviluppa intorno alle riviste e inizia a subire la concorrenza della tv che ne ridimensiona il mercato e gela le innovazioni. “Fra il ’77 e il ’78 (scrive Luca Boschi) nascevano fumettisticamente  gli anni Ottanta, quelli che sulle ceneri della creatività espressa dal movimento politico, musicale e artistico giovanile, avrebbero costruito le riviste e gli albi patinati destinati a costellare ben presto le edicole”.

Novembre del 1980: “Frigidaire”. Fumetti, satira, reportages controcorrente, andranno avanti per buona parte del nuovo decennio e lasciando intravedere, oltre ai “cannibali”(tamburini morirà cinque anni dopo) anche Giorgio Capinteri, Lorenzo Mattotti, Giuseppe Palumbo, Massimo Sembrano, Stefano Ricci….e altri. Una breve ed intensa storia sperimentale, Socrate’s Countdown, porta la firma di Magnus; è qui che cresceranno Zanardi e RanXerox, qui che volerà basso Joe Galaxy, gallinaccio sexysplatter e sbocciato di Mattioli.

“scrivere un soggetto per le matite di Tamburini -giurano i Wu Ming- sarebbe stata  una grande esperienza. Ci spingiamo fino a dire che senza “Cannibale”, “il Male” e “Frigidaire” probabilmente noi non saremmo da nessuna parte”.

A/TRAVERSO

Giugno 18, 2007

IL DESIDERIO IN FORMA DI DELIRIOE’ IL MOVIMENTO CHE CONTAMINA E CHE DIVENTA UN NUOVO LINGUAGGIO “A/traverso, foglio di agitazione non periodico, all’inizio è una fanzine realizzata con una macchina da scrivere lettera 22, i titoli composti con dei caratteri strappati dalla stampa quotidiana. La testata, elaborata da Claudio Cappi può essere considerata il primo esempio di grafica punk italiana. Il primo numero, del ‘75, si apre con il titolo “piccolo gruppo in moltiplicazione”. L’intenzione dichiarata è quella di liberarsi dal modello leninista dell’organizzazione come avanguardia politica e di partire invece dalla collettivizzazione della vita quotidiana, dalla proliferazione di esperienze micropolitiche di autorganizzazione. L’articolo di apertura è come il manifesto di un movimento che punta a esaltare le energie desideranti che emergono dalla vita quotidiana:” il soggetto di movimento sta altrove“: si disloca in uno spazio oggi difficilmente definibile, impossibile da ridurre entro le categorie muffite dell’istituzione. Sta altrove, sfrangiato e dissoluto. La dissolutezza è la dimensione soddisfacente, comprensibile, innovativa, interessante. Il movimento è andato molto più avanti della politica: si colloca in una dimensione  che è quella dell’estraneità radicale. Con questo lo Stato non mette conto di scontrarsi: è troppo misera la sfera della politica istituzionale, dello scontro con questo Stato a fronte della ricchezza sviluppata dal soggetto in movimento. Dissolutezza, sfrenatezza, festa. Questo è il livello a cui si è attestato il comportamento dei giovani, degli operai, degli studenti e delle donne. E se per il potere questa non è politica, o la chiameremo in un altro modo. Appropriazione e liberazione del corpo, trasformazione dei rapporti interpersonali sono il modo in cui oggi ricostruiamo un progetto contro il lavoro di fabbrica, contro qualsiasi ordine fondato sulla prestazione e sullo sfruttamento”.Il concetto di classe viene ripensato a partire dalla molteplicità irriducibile delle pratiche essenziali: la droga, la sessualità irregolare, l’assenteismo sul lavoro producono una continua ricomposizione degli orizzonti soggettivi di autonomia. Fin  dai primi numeri “A/traverso apre una riflessione sulla scrittura come pratica collettiva di enunciazione desiderante. Il desiderio si manifesta nel testo in forma di delirio. I riferimenti letterari sono il futurismo di Majakovski e lo spirito dadaista in forma rivisitato.Negli anni successivi Murizio Calvesi parlerà di “avanguardia di massa” per intendere la fusione tra sperimentazione avanguardistica e dimensione sociale massificata. Anche Umberto Eco, parlando del 1977 dell’ “italo-indiano” come nuova lingua, vede nel linguaggio trasversale un effetto dell’ingresso dei mass media nel campo della sperimentazione linguistica.L’ironia, come sospensione del senso comune, è il registro che dal foglio filtra nel movimento bolognese e romano, e trova nelle prime emittenti radiofoniche (Radio Alice, Radio blu, Radio Rosa Giovanna) il veicolo d’elezione. La proletarizzazione del lavoro intellettuale diviene uno dei temi dominanti della riflessione del foglio che tra il ’75 e il ’77 esce con una periodicità approssimativamente mensile. Nel marzo del ’77 il gruppo redazionale di “A/traverso”, insieme al gruppo redazionale di “Zut” (un analogo giornale che usciva a Roma) danno vita al foglio “Finalmente il cielo è caduto sulla terra: la rivoluzione”. Ne escono quattro numeri, fin quando la repressione provoca la dispersione del gruppo dei poeti-agitatori. Ma “A/traverso” riprende le pubblicazioni già durante l’estate con il numero “La rivoluzione è finita  abbiamo vinto” che precede il convegno di settembre contro la repressione. Nel ’78 “A/traverso” registra il cambiamento del clima culturale e della fase politica. I toni della rivista si fanno cupi, e i numeri che escono, sempre più saltuariamente tra il ’78 e l’81 sono carichi di presagi della devastazione che la controffensiva capitalistica porta con se. Il presagio di un riemergere del fantasma della guerra e di un fascismo tecnologico sarà al centro del penultimo numero che nell’inverno del 1980 viene dedicato alla traversata del deserto: “il tempo del dopo è cominciato. Esso si presenta come un deserto di cui non vediamo la fine. La sconfitta che il movimento di liberazione oggi conosce non è il prodotto della repressione. Il movimento non può essere sconfitto dalla repressione, ma solo dalla sua incapacità di comprendere le nuove forme del reale, il mondo delle nuove forme di vita, dei nuovi scenari dell’immaginario. Due atteggiamenti vanno spazzati via: quello di chi resiste, di chi difende i valori del movimento passato, le forme di vita e di lotta che la ristrutturazione produttiva ha reso vane. E quello di chi accetta tutto con la scusa elegante del cinismo. Come non si può vedere che proprio dove più spaventosa è la miseria, dove più oppressa è la vita e più appiattita l’intelligenza, proprio là sta connettendosi un universo di possibilità incommensurabili con l’esistente, del tutto estranee fino al punto di non potersi più interpretare con le categorie di opposizione e di antagonismo?”. 

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