Il ’77 in nove punti

luglio 4, 2007

La cronaca di questo anno è forse la più travagliata del dopoguerra italiano. Nell’arco di pochi mesi, in particolare tra marzo e maggio, migliaia di giovani hanno occupato università, fondato radio, fanzine, giornali, hanno contestato tutto quello che era vecchio, compreso il ‘68. Un mix di violenza, estremismo, ma anche di creatività, spontaneità, modernizzazione. Nei giorni di quel movimento, aperto con la contestazione alla prima della Scala del dicembre 1976 e chiuso dal convegno “contro la repressione” di Bologna, sono rimasti uccisi giovani dimostranti e poliziotti, hanno convissuto aspiranti terroristi, ultimi leninisti e primi buddisti, “streghe” femministe e proto-dj, creando slogan anti-conformisti e nuovi mezzi di comunicazione (radio libere).
Per la sua contraddittorietà il ’77 è stato raccontato come l’inizio degli anni di piombo, ma invece è qualcosa di diverso e molto complesso.

1. Collasso del sistema politico nazionale. Il Paese è governato da un monocolore democristiano detto “delle astensioni”, perché gli altri cinque partiti (PCI, PSI,PRI,PLI,PSDI) sostengono l’esecutivo astenendosi in Parlamento. La democrazia raggiunge il picco della sua involuzione: alternativa è l’entrata nel governo del Pci (compromesso storico). Rischio di un Paese senza opposizione in Parlamento.

2. Si estingue il comunismo italiano. Nonostante le spinte leniniste presenti nel movimento che finiranno nel partito armato, gran parte dei giovani contestatori hanno una visione della politica e della società che ha poco a che fare col comunismo. Prediligono la centralità dell’individuo, elogiano la flessibilità e la comunicazione spettacolo. Si giunge alla conclusione che il comunismo è un sistema regressivo.

3. E’ l’anno in cui il terrorismo passa dalle gambizzazioni agli omicidi, anche se lo stesso non è figlio del ’77, ma frutto di un equivoco marxista-leninista del 1968. Il partito armato trova reclute che alimentano la proprie file e ritardano la sua sconfitta poilitica e militare. Fine scritta nelle parole di U. Eco “generazione dell’anno nove” (partendo dal ’68).

4. Il partito di E. Berlinguer resta aggrappato ad una identità che non ha senso; incita alla repressione di tutto quello che è alla sua sinistra; è incapace di comprendere richieste e mentalità delle generazioni più giovani; considera i giovani contestatori (cosiddetti non garantiti) spiantati, emarginati, parassiti e punta tutto sulla classe operaia.
Il movimento considera la violenza una variabile dipendente; tollera e copre deliri rivoluzionari; favorisce la repressione e la disillusione, che
spinge parte dei giovani a rifugiarsi nella droga e nel riflusso privato.

5. Sentimento negativo e di incertezza da parte dei giovani sul proprio
futuro lavorativo. Si diffonde anche un senso di liberazione, di potenzialità che si traduce nelle teorie avanzate del movimento, in un elogio della flessibilità: convinzione che l’indispensabilità di un posto fisso a vita è un’opportunità di inventarsi più vite, per liberare tempo, per creare sviluppo e più ricchezza per tutti.

6. Il ’77 è l’anno in cui la donna si libera dal femminismo e il sesso dalle
gabbie del politicamente corretto. La presunta liberazione sessuale del ’68 s’è ritrovata prigioniera di griglie ideologiche insostenibili, che teorizzano quale orgasmo è progressista e quale no. Con quest’anno si ha una contro-liberazione.

7. E’ l’anno della comunicazione, dell’avvento delle radio libere (Radio
Alice a Bologna, Radio Città Futura e Radio Onda Rossa a Roma,
Radio Popolare a Milano), del cambiamento del linguaggio, evoluzione
del costume, creazione di posti di lavoro, apertura di mercati. Si passa
da un Paese regolato dai cicli del capitalismo pesante a un Paese
moderno dove la comunicazione diventa produzione.

8. Finisce l’Italia in bianco e nero. E’ il primo anno in cui non va in onda
Carosello, quello in cui esplodono le tv libere. Il Pci si batte contro l’introduzione del colore televisivo, per non alimentare il consumismo delle masse popolari. I giovani del movimento al contrario aspirano a trovare un posto nella società dei consumi anche con la provocatoria rivendicazione del “diritto al lusso”.

9. Il ’77 è l’anticamera dell’edonismo degli anno Ottanta o la
riaffermazione della centralità dei diritti e dei bisogni dell’individuo.
Gli slogan coniati dall’ala creativa del movimento sono l’archeologia del
marketing politico, che è oggi il mainstream della comunicazione dei
partiti.

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